rossella pecker rouge, o come vi pare. il bisogno irrinunciabile di avere sempre le idee chiare. scribacchina fallita e aspirante interprete."sono maschilista perchè per il 60% le ragazze sono, o fingono di essere, immensamente stupide". i film i libri e le canzoni. scappare sempre, sempre e comunque. chitarrista rock immaginaria. "ti presento il mio ragazzo invisibile, edward". pigra ed insignificante vita da eccezione. "mi rendo conto che davvero non cambierà nulla, mai. nonostante il mio entusiasmo, nonostante il mondo che continua a girare". irrimediabilmente e disgustosamente tonda. l'inimitabile e insostituibile eleganza degli anfibi.

lo sanno tutti che sono malata di sonno.
nessuno sa che sono malata di sogni. di dormiveglia.
prima di addormentarmi immagino come vorrei che la mia vita fosse, e nei miei sogni accade tutto ciò che vorrei accadesse.

conoscere claudio, incontrare una persona, tornare a berlino, essere alice in uno strano paese delle meraviglie, uccidermi.
tutto quello che vorrei io l'ho già vissuto.
di notte.

spero sempre che sia tutto vero, lo spero tutte le volte.
non è forse dissociarsi, questo?
vivvo due vite, ma nessuna delle due, in effetti, è meglio dell'altra.
si finisce sempre con l'aprire gli occhi.
se solo lui sapesse che eravamo abbracciati l'altra notte. se solo lui potesse sapere.

ma c'ero solo io.
non ci sono automobili di cartone, ma montagne russe altissime e una volpe parlante che fa la guardia ad un terrazzo.
"ma nessuna delle due è migliore dell'altra."
entrambe stanno lì a ricordarti che c'è qualcosa che manca.

non ci sono colori accesi e macchine da scrivere di pezza, ma persone diverse e prati verdi.
vivere per chiudere gli occhi.
"la pecker TV stasera trasmette un viaggio ai confini dell'iperspazio."

e non sapere se quella cosa è successa veramente.
o saperlo, ma fare finta di niente.
"noi siamo della materia di cui sono fatti i sogni. e le nostre piccole vite sono circondate da un grande sonno"
ho diciotto anni suonati, sono praticamente vecchia, sento che non devo sprecare un minuto o altri diciotto anni mi passeranno davanti senza che io me ne accorga, e ho già deciso cosa fare della mia vita.
bene, focalizzato questo, c'è qualcuno che riesce a capire per quale assurdo ed incomprensibile principio io debba studiare fisica? no, davvero, è una domanda seria. perchè? dico fisica ma potrei anche dire geografia astronomica. seriamente, perchè?
è frustrante aver voglia di fare un mare di cose e sapere di non poterle fare perchè impegnati in qualcosa di cui non ci importa un emerito cazzo e che non avrà nessuna - e ribadisco, nessuna - utilità nella nostra vita futura. è dannatamente frustrante e per questo motivo ho passato gli ultimi due giorni della mia esistenza in uno stato di apatia che non pensavo si potesse raggingere. ho dormito e ascoltato musica tutto il tempo, così, solo perchè non avevo la forza di aprire il libro di fisica nè tantomeno di uscire sapendo il libro di fisica nello zaino ad aspettarmi. ho sprecato due giorni. e non sono pochi, porca vacca. per quanto ne so potrei crepare domani, no? potrebbero investirmi, e io avrò trascorso l'ultimo giorno della mia vita a non fare un cazzo.
per di più, oggi, dopo i due giorni di gaio torpore, ho sprecato altre due ore cercando di capire come calcolare l'intensità della forza di una corda, che, insieme ad altre due, mantiene in equilibrio un corpo del peso di cinquanta newton.
...
si. e il bello è che non ci sono riuscita, ci mancherebbe. perchè, a dire la verità, della corda e del corpo del peso di cinquanta newton, non me ne frega un cazzo. sul serio. potevo passarci sopra l'anno scorso, potevo passarci sopra due anni fa, ma non ora, non a un passo dall'università, da quello che vorro fare per il resto della mia vita.
che poi sembrerà una stronzata, in fondo manca poco, è l'ultimo sforzo, ma più passa il tempo, più la fine di tutto questo si avvicina, più la certezza che della fisica o dell'analisi matematica non mi importa nulla si concretizza, più tutto diventa frustrante.
e se penso che ho le ultime venti pagine di hollywood, hollywood! che mi aspettano e che non posso leggerle perchè corpi del peso di cinquanta newton occupano tutto il mio tempo mi viene voglia di urlare.
anzi, penso proprio che lo farò. urlerò.
forse dopo essermi sfogata riuscirò a rassegnarmi.
sigh.
PS. è uscito latino. dopotutto, forse lassù qualcuno non mi odia.
bè, si ricomincia, no? non che ci si sia mai fermati, ma il simbolico inizio di un nuovo anno serve anche a questo, ad illudersi di poter riavvolgere il nastro e registrarci sopra. e vi giuro, davvero, a me queta cosa piace un sacco. per me, l'inizio del duemilasette - così come quello del duemilasei e via di seguito - è come l'inizio della nuova puntata del mio telefilm preferito. scandire in questo modo il tempo e dare tutta questa importanza all'inizio di altri dodici mesi mi rende la vita migliore, perchè mi spinge a chiedermi
"e adesso che succederà?"
insomma, tutto quello che mi piace dell'effimera essitenza umana si può riassumere proprio nel giorno di capodanno. e il neoanno è come una scatola chiusa, stracolma di roba - se va bene - e pronta per essere svuotata. sarà pure un'mmagine banale, ma è la mia ragione di vita, fondamentalmente.
ora suppongo che dovrei scrivere un interminabile post strappalacrime sull'anno appena trascorso, su quello che ho fatto, sulle persone che ho incontrato, su quelle che ho lasciato, su - perchè no - quello che ho mangiato, ma, detto fra noi, sono troppo pigra per questo genere di cose. tanto più che una cosa del genere andrebbe contro lo stesso spirito di inizio anno. cioè, meglio pensare a quello che dovrò fare domani, piuttosto che a quello che avrei potuto fare ieri. indi per cui, per rimanere fedele ai miei sacrosanti princìpi da primidigennaio, mi proietterò solo ed esclusivamente verso il futuro. niente propositi, però. non ne me ne sono mai posta e non vedo perchè iniziare proprio ora. solo dodici, non troppo lunghi ma potenzialmente ricchi, mesi da vivere. e, lasciatemelo dire, non è poco, cazzo.
e i tedeschi che ci stanno sotto. mmmh.
bè, domani è quello il cielo che guarderò, è quella l'aria che respirerò. sarò lontana, lontana per davvero, e non potrei essere più felice.
se trovo qualcuno disposto a sposarmi prendo la cittadinanza e rimango lì per sempre, giuro.
fatemi gli auguri.
partenza. trenta novembre duemilasei ore ventuno e quindici minuti esatti. siamo in quattro, il quinto ci aspetta a roma e quando partiamo l'autobus è praticamente vuoto - a parte dieci persone sedici litri di vino e ottanta birre -
ci fermiamo ad enna e l'autobus ora è pieno come un uovo - adocchio tre quattro esemplari molto degni di nota e molto ohyeahweloverockandroll -. dormicchiamo un pò e facciamo una sosta a messina - sosta di cinquanta minuti causa traghetto di merda - in un posto che più squallido e desolante non si può e andiamo a fare i nostri bisognini in un cesso trainspotting style ma meno igienico e senza le supposte d'oppio.
sul traghetto ci becchiamo la broncopolmonite, coniamo il verbo socievolizzare e pensiamo al fatto che non avremmo perso cinquanta minuti se esistesse un ponte di messina.
arriviamo in calabria, dormicchiamo ancora e ci risvegliamo che è già mattino e ci troviamo in un punto imprecisato dopo salerno. da qui in poi l'angoscia si impossessa di noi e il punto imprecisato dopo salerno si rivelerà essere infinitamente grande. per farla breve, arriviamo a roma all'una e trenata minuti esatti.
abbiamo fame dopo aver camminato per inerzia per circa dieci minuti avvistiamo un mcdonald che pare essere la nostra salvezza. mangiamo un bigmac menu ciascuno perforandoci l'intestino e parliamo tutto il tempo di lasagne e spaghetti con le vongole lamentandoci della pacchianissima statua della libertà che si trova alla nostra destra. intanto il povero gianmaria che non è mai stato a roma vorrebbe tanto vedere anche solo un monumento, ma siamo all'eurrrr e, guidati dal caro lorenzo de roma, riusciamo a spacciare due palazzi e un obelisco per importantissimi monumenti romani.
intanto si fanno le cinque e dopo esserci beccati la malaria respirndo l'aria tossica e maleodorante del laghetto del'eurrrr ci incamminiamo verso il palalottomatica percorrendo strade sconosciute.
lì ci imbattiamo in un ristorante funghiforme gigantesco dove ceniamo maledicendoci per non averlo visto prima ed esserci perforati l'intestino al mcdonald. intanto aspettiamo quindici minuti buoni per poter usufruire dei bagni e nell'attesa chiacchieriamo con i più fortunati che sono arrivati a roma in due ore e che hanno rimediato biglietti per il secondo anello. una tizia mi consiglia di scavalcare per arrivare al primo anello e mi descrive il palalottomatica come una specie di labirinto di dedalo pieno di insidie e passaggi segreti. alla fine scopriamo che scavalcare dal terzo anello è più o meno un suicidio e il palalottomatica è un posto decisamente normale entro il quale perdersi è pressappoco impossibile. ma questa è un'altra storia.
dopo aver cenato corriamo verso le bancarele delle magliette fermamente intenzionati a comprare di tutto e di più ma scopriamo con enorme disappunto che la maglietta più brutta e farlocca costa la bellezza di quindici euri - euri che, in vista del viaggio che ci attende per il ritorno, non possiamo proprio permetterci - e desistiamo dal nostro proposito.
finalmene arriva - dopo trenta minuti di autobus dei quali osa pure lamentarsi - il mio fratellino ormai romano d'adozione e possiamo finalmente metterci in fila per il fottuto terzo anello.
aspettiamo circa tre quarti d'ora, gli ultimi dieci dei quali pressati come sardine e intossicati da odori corporei per nulla gradevoli di varia provenienza.
finalmente riusciamo ad entrare e nonostante la mia intenzione di andare subito al secondo anello, andiamo a prendere posto nel terzo da dove il palco si vede per intero, certo, ma non esattamente in scala uno a uno.
alle otto e dieci circa si abbssano le luci ma dopo i primi secondi di incredibile entusiasmo ci rendiamo conto che a salire sul palco è il gruppo d'apertura, tali noisette - ribattezzati in seguito scottex e coisettes - che si sono subito rivelati terrificanti. la mezz'ora più lunga e angosciante della mia vita. simili per certi versi agli yeah yeah yes ma molto più rumorosi e squallidi. in breve, non ce li caghiamo di striscio e quando finalmente finiscono di propinarci i loro urletti isterici possiamo finalmente dedicarci all'attesa silenziosa e meditativa.
i muse - oh si, ancora fatico a crederci, ma erano proprio i muse - si fanno attendere per venti lunghissimi minuti, ma quando arrivano sento la stanchezza e il sonno sparire nel nulla e mi alzo in piedi ad urlare come se qualcosa mi avesse morso le chiappe. take a bow non mi è mai sembrata così bella.
e inatnto io e piera cantiamo e saltiamo senza sosta e poi arriva hysteria e la voce se ne va e non al smettiamo di saltare neanche per un secondo.
loro sono meravigliosi, lui è meraviglioso e lo spettacolo è qualcosa di indescrivibile. dopo time is running out sento le mani mi cadranno e gainmaria mi abbraccia pronunciando la frase che sarà per sempre il simbolo di questa pazzia devastante. "non si meritava dodici ore di autobus, se ne meritava trenta, trenta!"
resistiamo stoicamente per tutto il tempo del concerto, ma alla penultima canzone tutta la stanchezza che abbiamo accumulato ci cade addosso come un macigno e siamo costretti a sederci e calmarci un tantino. in ogni caso le mani poggiate sul cuore, fino all'ultimo secondo, che sembrerà una cazzata, ma a me viene spontaneo.
poi tutto finisce, in un secondo. you and i must fight to survive, fumo, e poi di nuovo le luci e loro scomparsi nel nulla. ci alziamo senza dire una parola, usciamo ancora storditi e penso abbastanza sordi e i buttafuori o chi cacchio sono ci chiudono i cancelli alle spalle. salutiamo mio fartello che va a prendere il suo autobus e raggiungiamo il nostro gruppo. piera non resiste e compra una maglietta - forse la più brutta disponibile - spendendo gli ultimi liquidi rimasti.
mentre aspettiamo i ritardatari acquistiamo alla modica cifra di due euri cadauno quattro poster che, certo, non potranno eguagliare in rozzezza le magliette farlocche, ma meglio di niente.
raggiungiamo l'autobus al freddo e al gelo e appena poggiamo i nostri didietro sui sedili ci addormentiamo profondamente.
ci risvegliamo a reggio calabria, giusto in tempo per andare a prendere un pò d'aria sul traghetto e da messina a enna rimaniamo più o meno svegli. ci fermiamo per far scendere la maggior parte dei passeggeri e ripartiamo in direzione san catalluzzu beach. durante il tragitto mi accorgo che il ragzzo di enna con cui avevo socievolizzato un pò durante il viaggio mi ha lasciato un biglietto con il suo numero di telefono e classifico l'evento come il più patetico degli ultimi dieci anni.
arriviamo a casa alle ore tre circa, stanchi, decisamente sporchi, ma felici.
morale della favola. lo rifarei, anche subito.